l'addio a ginger baker

L’uomo che “liberò” la batteria

giovedì 10 ottobre 2019 ore 20:20

A volte la musica ha delle svolte. Ginger Baker si è trovato nel punto nodale di una di queste svolte. Dove c’era la musica degli anni sessanta, fatta di canzoni normali, in Inghilterra aveva già attecchito molto bene il blues. Lui aveva un’impostazione anche molto jazz, ed ecco che cominciando a fare blues e unendolo a delle componenti jazz ha ottenuto uno stile veramente fuori dal comune rispetto a tutti gli altri.

A dedicare queste parole allo storico batterista dei Cream, scomparso domenica scorsa, è Franz Di Cioccio, batterista e fondatore della P.F.M., raggiunto telefonicamente nella puntata di Jack di Martedi pomeriggio. “Suonava in uno dei gruppi più seminali dell’epoca” prosegue Franz “perché i Cream hanno fatto veramente storia. Chi non ha mai suonato l’incipit di Sunshine of Love? Con il suo modo di tenere il ritmo incredibile ha dato una chiave di lettura rock per tutti quelli che sono venuti dopo, con il suo tocco molto africano. Usava molto i tamburi, mentre i piatti li usava solo per swingare e per dare il ritmo veloce. Ma era molto martellante, e Sunshine of Love ne è una prova. E’ stato il primo ad inserire questa africanità all’interno del rock”.

In una band il batterista è visto sempre come quello che siede dietro e, se uno non ha orecchio, difficilmente può intuirne l’importanza. Quanto ha contato lui nella sua band?

Ha contato molto. Un batterista è un po’ come un portiere in una squadra di calcio. Mentre gli altri sono impegnati a fare le azioni, lui è fermo, vede la partita ed interviene al momento giusto. Vede sempre tutto il gioco da un punto di vista che non è esterno come quello dell’allenatore, ma comunque sa sempre esattamente come si sta allungando o accorciando la squadra, chi rende di più, chi di meno. Io da dietro ho sempre visto dei gran concerti perché vedevo, sentivo e facevo parte della band, ma vedevo anche tutto il pubblico. Quindi il batterista è una figura centrale, spesso lo snodo della serata.

Hai definito i Cream una band seminale, da cui tante influenze sono partite per poi svilupparsi in modi diversi. Quali erano però le loro influenze, ed in particolare quelle di Baker?

Baker era molto africano perché usava molto i tamburi, si sente in moltissimi pezzi. Se uno conosce la storia dei Cream si rende conto che era molto basic. Quando Clapton iniziava a fare gli assoli, lui allora slegava ed iniziava a dare un tipo di tempo sul piatto che non era swing, ma era swingato, non suonato con dei colpi di accompagnamento. Era più frullato, faceva correre la mano. Un po’ come quando Ringo Starr ha inventato il ritmo di Help, suonato roteando la mano sul charleston. Si ottiene così un suono che sembra non finire mai. Questa è una cosa che fanno solo i jazzisti quando suonano swing, perché a loro basta il piatto da solo per tenere in piedi il tempo, mentre con il rullante fanno degli accenti. Lui invece batteva degli accenti molto marcati, africani, come se fosse una danza tribale, ma dentro c’era il blues e quel tanto di swing che rendeva i Cream diversi da tutti gli altri. Poi, dalla fine dei Cream in avanti, si è aperta la strada del progressive.

Ribaltando la domanda, dove si è diramata la sua eredità, e come è arrivata fino ad oggi?

I tempi sono cambiati e cambiano molto in fretta. Io ho Ginger Baker nel mio cuore perché è stato uno dei primi a farmi vedere una cosa diversa dalla batteria che deve accompagnare e basta. La batteria determina una scansione, ed in quella scansione gli altri si possono ritrovare. Dopo ne sono arrivati altri, finché John Bonham ha creato quello che fu il ponte tra una sponda e l’altra. Comunque avere dei batteristi così martellanti ha dato senso al rock che poi è venuto dopo. Il rock dei Led Zeppelin ha fatto epoca perché la batteria era essenziale, ma talmente efficace che in tre sembravano dodici. Ma lo stesso vale per i Cream prima di loro, con la differenza che i Cream sono rimasti un gruppo inglese, in tutto e per tutto, mentre i Led Zeppelin sono diventati molto americani. Il loro manager ai tempi disse loro che, se avessero voluto veramente sfondare, avrebbero dovuto stare in America due anni in tour. Così fecero, prendendo però anche molto del suono americano.

Questo perché quando sei li, sei direttamente coinvolto. Non dimentichiamo che il blues in Inghilterra non esisteva finché non sono arrivate le navi che lo hanno sbarcato a Liverpool e negli altri porti portando una musicalità che veniva dall’estero. I primi dischi sono arrivati così e grazie alle radio, che però sono diventate importanti più avanti. I marinai hanno portato il nuovo verbo nella musica inglese. Siccome gli inglesi sono molto bravi ad appropriarsi immediatamente delle cose belle, son riusciti a creare questo blues inglese.

Sono bravi soprattutto a fare diventare loro le cose belle. Quindi non solo a riceverle passivamente, ma a masticarle e metterci un loro tocco.

Si, in questo sono più forti di tutti. Prendono una cosa “da fuori”e la rendono un classico inglese. Un gruppo inglese quando lavora, lo fa sempre su un’idea, su un progetto creandolo proprio come lo ha pensato. A parte chi fa musica facile. Ma prendiamo ad esempio i Pink Floyd. Per diventare i Pink Floyd, voglio dire, ci devi veramente credere! Per dirtene altri tre, anche diversi tra loro, se si pensa ai Cream, ai Led Zeppelin ed ai Police ci si rende conto che sono gruppi che hanno fatto la storia.

Franz, un ultimo ricordo di Ginger Baker?

Un grande. Un mio ispiratore all’inizio. Mi ha dato una grande mano a diventare ciò che volevo, ovvero un batterista libero di suonare tutto quello che gli piace nel momento in cui gli piace e senza nessuna remora.

Franz Di Cioccio_ foto di Orazio Truglio

Foto di Ginger Baker | Flickr

Aggiornato venerdì 11 ottobre 2019 ore 19:18
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